Da bambino passavo molte giornate in un parco giochi. Eravamo io, mio fratello e un amico. Il gioco era questo: tutte le volte che un bambino sconosciuto passava da lì uno di noi aveva il compito di incontrarlo e conoscerlo, scoprire quante più cose possibili su di lui. Volevamo scoprire chi erano, e dire chi eravamo. Solo ora mi accorgo della connessione. Lui è Christian. L’ho notato mentre giocava con il proprio monopattino insieme ad altri 3 bambini. È stato il Natale più bello della mia vita. Ho ricevuto cose bellissime, forse addirittura esagerate. Non me le aspettavo. Con lui mi colpisce la chiara sensazione di essere preso sul serio: siamo insieme, ha smesso per un attimo di giocare con gli altri bambini per dedicarsi a noi, pienamente presenti e in contatto. Nessuno sforzo, nessuna difficoltà, è stata la cosa più naturale del mondo, vissuta senza pensare a come fare, semplicemente vivendola. In questa sua modalità, nel suo prenderci sul serio trovo di nuovo me stesso. Quest’anno per la prima volta mi sono messo in gioco. E mi sono preso sul serio. Ho finito. E iniziato.
Lei è Maria. Ho voglia di lentezza e scelgo lei, per la camminata un po’ stanca e fragile. Tra pochi mesi proverà a fare la dietista con specializzazione in veganesimo. Ed è qui che ci incontriamo, in una consulenza fatta per strada a cavallo tra etica e salute. Dire che mangiare vegano sia mangiare sano è un autogol da parte dei vegani. Non ci cono certezze assolute nell’alimentazione, anche se limitare insaccati e carne rossa è ormai una cosa risaputa. Con lei sento un po’ di freddo, e l’incontro scorre soprattutto su un piano professionale, in un’anteprima dell’attività che conta di aprire nei prossimi mesi.
Lei è Linda. Mi colpiscono i suoi occhi. Sembrano doloranti. Ha un tono di voce caldo e molto basso. Il suo suono sembra arrivare da altrove, originato da un luogo distante ma dentro di lei. Glielo dico, e mi risponde sorridendo all’inizio è così, quando prendo confidenza lo abbasso ancora di più. Non sembra evitare lo sforzo, è qualcosa di più viscerale e accogliente. Studia scienze della comunicazione ma spera di specializzarsi in scienze dell’investigazione. La saluto con la sensazione di esserci incontrati sottovoce.
Lui è Susanthan. Lo noto tra i banchi del mercato. Viene dallo Sri Lanka. Incontrarlo mi porta ad un’impressione comune quando incontro il sud-est asiatico. Sembrano operosi, instancabili, impegnati in ogni attività. È perché abbiamo fame. È la fame che sostiene e motiva il nostro impegno. Studia Economia, l’obiettivo è quello di raccogliere abbastanza denaro da investirlo e non lavorare più. Un anziano mi ha rivelato che sommando le lettere del mio nome alla mia data di nascita ottengo 1, 1. Il massimo che si possa ottenere. E che cosa significa? Significa che ogni cosa che farò dovrebbe andarmi bene. Me lo dice così, sorridendo modestamente come pochi minuti prima. Lo saluto, mentre mi allontano la sensazione è che sarà davvero così. Troverà il modo di investire quella somma di denaro in modo da non lavorare più. Perché ha ottenuto 1 e 1. E per l’entusiasmo e la bontà che accompagna ogni sua parola. E perché non si arrenderà.
Lui è Massimo. Lo noto mentre si allena sullo skateboard. È solo, in una zona della città che sembra aver deciso di rimanere un po’ in disparte, piuttosto che stare nel centro. È un angolo prezioso, dove le macchine non arrivano. Accetta, ma è minorenne. Chiamo mia mamma e glielo chiedo, ma sono sicuro che accetterà. Preferisco stare da solo piuttosto che con chi non mi piace. Gli chiedo se condivida quella solitudine con qualcuno e mi risponde sì, ho un'amica con cui studio. Mi ha aiutato molto in questi anni. E poi finiamo sullo skate. Sai, lo skate è tutto un gioco fra tecnica e paura. A volte arriva prima la paura, altre volte la tecnica, ma è necessario accogliere la paura. Hai paura di cadere? No, cadere significa imparare. Se cado so di essere sulla buona strada. E lì mi perdo, non so più se ciò che descrive sia l'esperienza dello skate o l'esperienza della vita. Se hai paura non cadi, non rischi, rimani nella zona di sicurezza. Immobile e costante, fino all'ultimo scalino. A volte sapere come fare non basta. A volte cadere significa imparare.
Lui è Omar. Lo noto mentre si dirige verso la stazione. Dice di avere un treno dopo cinque minuti, ma finisce che passiamo insieme mezz'ora, rimandando il rientro suo e della fidanzata che lo accompagna. Così scopro che il suo esempio è Steve Jobs e che ha in programma di iscriversi all'Università.Vorrei studiare Economia e Marketing. Mi affascina la possibilità di intuire in anticipo ciò che può piacere alle persone. Dicono che alcuni prodotti Apple in uscita siano stati progettati anni fa da Steve Jobs. Me lo dice così, sostenuto dalla passione e dalla forza dei sogni di quell'età. Mi allontano e penso a questo: oggi, negli ultimi giorni in generale, sento qualcosa di diverso, sono più in figura gli aspetti fotografici piuttosto che altri.
Lui è Lasitan. Ti dico di sì, ma devi scrivere della mia collera, del freddo che soffriamo in queste stanze senza riscaldamento, dell'acqua che dalla doccia sgorga fredda, del cibo che non somiglia affatto a cibo. Fatto. Quando protesto la risposta che ricevo è sempre la stessa: se non ti va bene, vai via. Ho sentito la sua rabbia, le sue lamentele, il furioso desiderio di dare voce a quel sentimento. Il tutto immersi nel buio della stanza comune del centro di accoglienza che lo ospita. È la luce di una stufa a definire il suo volto. Non trovavo la parola francese per dirgli fiamme. Me la ricorda lui. Flume, quasi uguale. Alla fine siamo sempre la stessa cosa.
Lei è Martina. Ho voglia di colore in questi giorni e incontro lei, che sa di albicocca. Studia giurisprudenza a Torino, ma la mamma ha fretta e nella fretta rimane con noi, a una distanza di sicurezza che non ci sostiene. Eppure lei è maggiorenne. Eppure avrebbe potuto dirle aspettami in macchina. Invece no. In questa dinamica milioni di possibilità, il suo stile ne suggerisce solo alcune. Che non verifico, e quindi volano via. L’energia è alta, provo a dimenticare lo sguardo materno e così lascio per strada pezzi di noi, pur sentendo pienamente ogni sorriso con cui ci incontriamo: una rapida occhiata a ciò che sarebbe potuto essere. Me ne vado e penso a questo, al fatto che la fretta faccia perdere un sacco di tempo.
Lui è Federico. Lo noto mentre fluidamente percorre i reparti del negozio presso cui lavora. È un movimento naturale e disinvolto, la sensazione è che quello sia il suo ambiente. Amo il mio lavoro. Ho 23 anni sono fortunato ad avere questa opportunità. Diventerò Visual. Pieno di energia e movimento, sento la passione che lo sostiene e costituisce, così da esprimere un vivere appassionato anche in altri contesti. Lì con me, per esempio. Ha un tatuaggio sulle dita. Hope. Speranza. È la mia fede. Me lo dice proprio mentre scrivo le prime quattro lettere del suo nome su un foglio bianco. Fede.
Lui è Manuel. Mi colpisce il suo modo di parlare: muove su e giù le spalle parola dopo parola. Viene dalla Nigeria, sogna di lavorare nel mondo dello spettacolo. Yes, I can rap. È un messaggio rivolto a me e a se stesso, accompagnato dalla corporea danza che ammorbidisce uno sguardo duro e a tratti sfuggente. Si guarda intorno, lasciandomi in sospeso tra quella che appare un’attesa o un sospetto. Me ne accorgo soprattutto dopo, quando lo saluto in contatto con la necessità di concludere l’incontro e dedicarmi al resto della giornata. Altro chilometro percorso. Ne mancano 9.
Lei è Cleo. Mi colpisce all’interno della mostra. Osserva ognuno dei volti prendendosi il proprio tempo. Stavo pensando a chissà come dev'essere essere tra loro. Così. Studia Lingue all’Università, vicino a Parigi, e vorrebbe imparare il linguaggio dei segni. Con lei sento tensione, mi ha conosciuto come artista e finisco in un vortice di aspettative proiettate che non servono a nulla, se non a mettermi in difficoltà. Sto cercando di essere bravo, non semplicemente me stesso. Decido di allontanarmi dalla mostra e di dirigermi per strada. Qualcosa cambia, qualcosa rimane. La tua energia è intensa, è strano guardarti negli occhi. Non so se era la stessa tensione che sentivo io, sta di fatto che tra noi c’era qualcos’altro, espresso in un’energia fatta di tensione e di respiri interrotti. Mai pieni. Come se l’incontro fosse stato vissuto a due livelli. C’eravamo noi e c’era qualcos’altro al di là di noi, che con noi si è divertito.
Lui è Demis. Artigiano di Aosta, lavora il legno e la cera. Legno e cera, il fascino della storia in entrambe. Prediligo il legno: è vivo, la cera invece ha una fine. Mentre si racconta la sensazione è che viva una profonda relazione con questo materiale. Si sente da come lo descrive e nel guardarlo penso agli alberi. Ti avevo notato anche io, mi piace guardarmi intorno ed essere in contatto con ciò che mi circonda. Per farlo ho bisogno di momenti di assenza che vivo attraverso la musica e persone con le quali posso permettermelo. Ha un tono di voce che somiglia al silenzioso rumore del vento che si infila tra le fronde degli alberi. Radicato. Il legno sono le nostre radici, e la parola radice non credo sia casuale. Ero emozionato per l'esame appena concluso, incontrarlo mi riporta in contatto con il terreno. Nessuno sforzo con lui, tutto liscio come la cera. Oggi divento Psicoterapeuta.
This is Demis. A craftsman from Aosta, working with wood and wax. I prefer the wood; it’s alive, instead the wax has an end. As he tells me about himself, the feeling is that he is living a deep and conceptual relationship with this material. I noticed you too, I try to be in touch with the surroundings. It has a voice that reminds me the silent sound of the wind that slips between the trees. Between wind and roots, he brings me back to the ground. No effort. I greet him with a word: rooted. The woods are our roots, and I do not think the root word is random. Today I become Psychotherapist.
Lei è Sara. Lavora in un negozio di abbigliamento vintage e ha tre colori: rosso, bianco e nero. E funzionano un sacco. Ho 5 minuti, non di più. Mi trovo nel conflitto di scegliere se accontentarmi oppure proseguire oltre. Scelgo di incontrarla nei pochi minuti che ha, coinvolto nella sua energia frizzante a cui non ho saputo resistere. È stato un incontro breve che con delicatezza spalanca le porte di una nuova e serena consapevolezza: sono in chiusura, sto tornando a casa. È stato uno splendido viaggio iniziato 353 giorni fa, ho vissuto esperienze indimenticabili e incontrato una parte centrale piena di energia e movimento. Ora sono pieno e soddisfatto sulla via del ritorno. Come quando dopo una bella vacanza si torna a casa con la voglia di farlo, certi di avere vissuto al massimo ogni respiro. Salgono a braccetto rispetto e commozione. Sento la fine del processo che si avvicina, e la mia fine sa di questo.
This is Sara. I only have five minutes, no more. I’m in a conflict: should I choose her or continue? I choose to meet her in the few minutes she has, involved in the sparkling energy I did not want to resist. And so, the doors of a serene awareness are now wide open: I’m closing it, I’m coming home. It has been a wonderful journey began 350 days ago; I lived intense and unforgettable experiences. I got, I gave, and I go home. Like when, after a trip, you come back with the desire to do it again, sure to have lived every breath at the most. I feel respect and emotion. I feel the end of the trial coming up, and my end tastes of this.
Lei è Jessica. Mi colpiscono i suoi colori, invernale nel verde degli occhi, nel bianco del volto e nel cappotto. Ha un volto dell'est, provo a indovinare dicendo prima Lettonia, poi Ucraina. Sbagliato. Parla perfettamente inglese, non ci sono accenti e mi arrendo. Just english, del nord. Ma mio nonno è ucraino e mia nonna calabrese. L’incontro tra Calabria e Ucraina si è espresso così, in lineamenti gentili a tratti interrotti da colori più scuri. Sono inglese, ma quando sono con mia nonna credo di essere anche calabrese. La saluto e poco dopo amici mi chiedono se mi fossi divertito. Oggi, e in generale. È la prima volta che mi avvicino a questo vissuto in relazione al progetto. E così scopro di essermi divertito moltissimo, avevo bisogno di qualcuno che me lo facesse notare.
This is Jessica. I am struck by her winter-like colours: green eyes, pale face and white coat. She has a East European face: Latvia? Ukraine? She speaks fluent English, there are no accents in her words and I give up. Just English, from the North. But my grandfather is Ukrainian and my grandmother is Calabrian. The meeting between Calabria and Ukraine has expressed in that way, with gentle features sometime interrupted by darker colors. When I’m with my grandmother, I think I’m very Calabrian. Then I greet her, and some friends ask me if I enjoyed it. Today, and in general. It’s the first time that I approach this experience in relation to the project. Yes, I had fun. I knew it, but I didn’t notice it.
Lei è Ilaria. Incrocio il suo sguardo intenso alla fermata del bus. Spinge un passeggino: dentro c’è sua figlia, è minuscola e ha 15 giorni. È immersa nel suo sonno, nel momento della vita in cui si notano solo gli stimoli rilevanti. Siamo nel caos, per farmi sentire devo gridare, passa un'ambulanza e lei resta immobile. A guardarla tutto si fa silenzioso. Nessun rumore. Torno a lei, Ilaria, nel suo corpo i segni del parto non ci sono già più ma finisco lì, chiedendole dell’esperienza. Dolorosa ma fantastica. Per un attimo ho pensato “chi me l'ha fatto fare?”, poi quando l'ho sentita in braccio il dolore è sparito. Tanto che lo rifarei presto, così potranno crescere insieme.
This is Ilaria. She is pushing a stroller: inside there is her daughter, who is very tiny and has just 15 days. She is immersed in her sleep; at that moment of life, you can only feel the relevant stimuli. We are in chaos; in order to be heard, I have to shout. An ambulance is passing by and she remains motionless. Looking at her, everything becomes silent. No noise. I come back to her, Ilaria; on her body the childbirth’s marks are already gone, but I end up there anyway, asking about her experience. Painful but fantastic. For a moment I thought “who made me do that?”, then when I felt her in my arms, the pain was gone. I’d do it again and soon, so that they can grow up together.